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Venezia 5 Settembre 2005 - Multimedia - Articoli
Everything Is Illuminated
La materializzazione della memoria, i ricordi cristalizzati e tramandati attraverso gli oggetti, fotografie ingiallite, ciondoli ed anelli, sassi e lacrime. Un collezionismo compulsivo, un accumulo di reperti apparentemente inutili, in realtà dolorosamente evocativi, una caccia al tesoro a ritroso nella memoria, alla ricerca delle proprie radici, affondate profondamente nel dolore, nella tragedia dello sterminio.
Davvero notevole l’esordio alla regìa dell’attore Liev Schreiber, che rischia molto portando sul grande schermo il complesso romanzo autobiografico di Jonathan Safran Foer, una scommessa vinta con eleganza ed equilibrio non comuni per un’opera prima. Elegante, nella messa in scena formalmente impeccabile che, arricchita dall’ottima fotografia di Matthew Libatique, dimostra la soprendente abilità di Schreiber nei movimenti di macchina ed un talento nella composizione dell’inquadratura che rivela un attento studio dei grandi maestri dell’immagine. Equilibrata, nell’accostarsi alla "pericolosa" materia del romanzo.
Il tema del viaggio nella memoria che diviene reale epopea on the road avrebbe potuto sbilanciare la pellicola verso un eccesso di sentimentalismo e di folclore gratuito, ma Schreiber, anche autore della sceneggiatura, riesce a mantenere un giusto equlibrio tra pathos e comicità, dramma e commedia. I ritratti del bizzarro ucraino Alex e dell’umorale nonno cieco per convinzione non debordano mai nella caricatura gratuita, anche grazie alla straordinaria interpretazione dell’anziano Boris Leskin, depositario burbero e dolente di ricordi rimossi ed insostenibili.
L’incontro surreale tra lo stralunato ed impassibile collezionista yankee ed i due straripanti ucraini provoca un cortocircuito di comicità gelida ed irresisitibile, enfatizzata dall’inglese demenziale di Alex che, speriamo, si salvi dallo scempio del doppiaggio italiano. Comincia così un viaggio alle radici del dolore che il regista racconta con abilità e la giusta dose di furbizia, ma anche con una partecipazione talmente commossa ed evidente da emendare i rarissimi eccessi di sentimentalismo che, comunque, appaiono inevitabilmente legati all’argomento trattato.
Ben venga, dunque, un film in cui si ride e si piange senza volgarità e pathos da quattro soldi, se non fosse per un peccato commesso da Schreiber proprio in extremis che, pur non inficiando il valore complessivo della pellicola, è sintomo di un vezzo ormai dilagante, quello del doppio finale, una sorta di incapacità di chiudere il racconto al momento giusto, svanita l’eco dell’ultima risata, asciugata l’ultima lacrima.
Supereva.it - 05 Settembre 2005
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